Chi ha almeno cinquant’anni avrà tra i suoi ricordi televisivi il colonnello Edmondo Bernacca, che negli anni ’70 fece diventare la apparentemente ostica materia della meteorologia un argomento di discussione al bar e nelle file dei supermercati.

Chi era il colonnello Bernacca?

Quello che è unanimemente considerato il primo e – per molti aspetti – unico divulgatore popolare della meteorologia in Italia era un ufficiale della Aeronautica Militare, anche se nei suoi programmi televisivi appariva sempre in abiti civili. Una scelta forse dettata dal particolare periodo sociale che l’Italia viveva in quegli anni, in cui molti vedevano nei militari e negli uomini in divisa un simbolo di oppressione e minaccia alla libertà, una diffidenza che – per certi aspetti – rimane ancora oggi, viste le recenti polemiche che hanno riguardato le apparizioni pubbliche del Generale Francesco Paolo Figliuolo nel suo ruolo di Commissario straordinario per emergenza Covid-19.

Come è facile immaginare per chi conosce – anche solo superficialmente – i complessi fenomeni meteorologici, Edmondo Bernacca non era solo un affabile divulgatore ma anche un esperto studioso che nacque a Roma il 5 settembre 1914 e che nel 1938 si arruolò frequentando la Scuola Allievi Ufficiali d’Artiglieria per essere poi successivamente inquadrato nell’allora Regia Aeronautica, l’arma che allora come oggi è particolarmente attenta allo studio ed alle previsioni del tempo.

Edmondo Bernacca si occupò di meteorologia e del suo insegnamento fin da prima della seconda guerra mondiale ed ebbe in questo campo diverse esperienze, che lo videro prestare servizio come meteorologo alla Scuola di Applicazione dell’Aeronautica Militare di Firenze, all’Istituto Idrografico della Marina di Taranto e a Roma.

Anche se il periodo che lo fece conoscere al grande pubblico è quello che va dal 1968 al 1979, Edmondo Bernacca cominciò la sua carriera di divulgatore sin dal 1948, quando iniziò una collaborazione con alcune testate giornalistiche, a cui seguirono nel 1955 la conduzione di uno spazio radiofonico nella trasmissione mattutina “Casa Serena” ed alcune apparizioni all’interno del Telegiornale.

E’ nel 1960 che Edmondo Bernacca fa il suo ingresso ufficiale in televisione, con la conduzione delle due puntate del programma di divulgazione “La fabbrica del tempo” a cui seguirono altre partecipazioni a produzioni televisive e radiofoniche.

Nel 1979, dopo essere andato ufficialmente in pensione, venne promosso generale. Morì la sera del 15 settembre 1993 a Roma, a causa di complicanze polmonari.

Arriva la popolarità

Fu a partire dalla metà degli anni sessanta che il pubblico televisivo cominciò ad identificarlo come il “colonnello Bernacca”, poiché all’epoca aveva il grado di tenente colonnello dell’Aeronautica Militare, cui fece seguito la promozione prima a colonnello e infine a generale.

Il periodo che segnò la carriera del colonnello Bernacca fu quello che andò dal 1968 al 1979, quando la sua figura divenne popolare e conosciutissima, soprattutto per il suo stile diretto e colloquiale, che a molti ricordava il maestro Alberto Manzi, conduttore della fortunata trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, messa in onda fra il 1960 e il 1968, il cui successo fu tale che, successivamente, venne riprodotta all’estero in ben 72 Paesi, e riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare.

Nel 1968 al colonnello Bernacca viene affidata dalla RAI la realizzazione e la conduzione di un programma autonomo dedicato alle previsioni meteorologiche, chiamato “Il tempo in Italia”, da lui stesso ideato.

In oltre dieci anni di trasmissioni quotidiane, nei soli tre minuti prima del telegiornale della sera, il colonnello Berrnacca calamitava l’attenzione di milioni di italiani, dando vita a modi di dire che entrarono nel lessico comune, come il famoso “Nebbia in Val Padana”, che ispirò dopo trent’anni una canzone di Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto. La sua popolarità era tale che – quando nel 1972 ci fu un tentativo di ridurre la durata della rubrica dagli iniziali tre minuti a due – si scatenò una accesa protesta da parte degli spettatori, che portarono al ripristino della durata solita.

Dal successo in televisione agli scaffali delle librerie il passo fu breve, e nel 1971 venne pubblicato il suo libro più noto, “Che tempo farà”, considerato ancora oggi – a mezzo secolo dalla sua prima edizione – uno dei migliori testi per avvicinarsi al mondo della meteorologia.

Dopo essere andato in pensione nel 1979, Bernacca venne chiamato nuovamente nel 1982 a presentare “Che tempo fa”, trasmissione che venne poi rinominata “Meteo1”, per caratterizzare maggiormente sia l’argomento trattato che la rete televisiva in cui veniva mandata in onda. Ci furono poi altre sporadiche apparizioni in video dal 1985 al 1989, quando fu il testimonial in una campagna pubblicitaria di un’azienda farmaceutica nel 1993, quando sia pure con contributi esclusivamente vocali – comparve all’interno delle edizioni serali del Tg4.

Il precursore di uno stile

Come abbiamo detto, Bernacca fu il vero precursore di uno stile, capace di mettere insieme rigore scientifico e competenze tecniche con una capacità comunicativa spontanea e immediata. In un epoca in cui non esistevano effetti speciali e sofisticate apparecchiature elettroniche, Bernacca illustrava le sue previsioni tracciando curve di pressione e valori di temperatura con un gessetto su una lavagna.

Come è facile immaginare, l’accuratezza delle previsioni di allora era lontanissima da quella attuale, e non di rado il clima smentiva clamorosamente quanto predetto dal colonnello, circostanza che esponeva Bernacca a battute di spirito e critiche non sempre benevole. Consapevole della relativa affidabilità degli strumenti predittivi a disposizione, Bernacca limitava le sue previsioni alle 24 ore successive, spingendosi raramente ad azzardare previsioni su un arco temporale più ampio. “Io non prevedo, deduco” ricordava ai suoi affezionati spettatori, rimarcando quanto le sue affermazioni fossero basate su scienza e calcoli matematici.

Bernacca aiutò gli italiani ad affrontare un enorme cambio culturale; negli anni della sua attività in migliaia lasciarono le campagne ed i centri rurali per trasferirsi in città e lavorare in fabbrica. Persone che per anni e generazioni avevano lavorato la terra, vissuto all’aria aperta ed avevano sviluppato la capacità di prevedere il tempo con metodi che univano esperienza a superstizione (come nel caso del conteggio de “Li misi alla smerza”) per poter decidere quando seminare i campi, raccogliere l’uva, mietere il grano o travasare il vino, si trovavano di colpo a vivere e lavorare in ambienti grigi e lontani dalla luce del sole, soffocati da nebbia e smog, stravolgendo le loro abitudini.

Bernacca si sostituì in qualche maniera alla saggezza ed alla esperienza degli anziani che ogni mattina, guardando il cielo, osservando la direzione del vento e la forma delle nuvole, prevedevano se ci sarebbe stato il sole o la pioggia, se era il momento di seminare o innestare.

Forse anche per questo è stato così amato e benvoluto, per aver – almeno in parte – addolcito la mancanza di quel tempo che si intuiva presto non ci sarebbe stato più.